Il grande umanista E.Fromm a favore del “reddito minimo garantito”

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Nella sua raccolta di scritti, La Disubbidienza e altri saggi, il grande psicologo e pensatore Erich Fromm (1900 – 1980) dedica un intero saggio all’introduzione di un “reddito minimo garantito” fondato sul diritto incondizionato degli essere umani a vivere.

La ragione fondamentale che fa propendere Fromm a favore dell’introduzione di un tale reddito è l’effetto che questo avrebbe sulla libertà individuale, che verrebbe enormemente ampliata consentendo autonomia e indipendenza. La garanzia di un reddito minimo e nel contempo la riduzione in modo significativo dell’orario di lavoro, sono due misure che per l’autore consentirebbero di superare quella “psicologia della scarsità” che produce egoismo, invidia ed ansia, facendo invece emergere i bisogni profondi dell’uomo, che sono prima di tutto spirituali e religiosi. In tal modo, la stessa struttura economica fondamentale della società verrebbe progressivamente cambiata, passando da una logica del massimo consumo e della produzione industriale di beni per singoli ad una economia comunitariafondata sulla “fornitura di beni di uso pubblico”. In tal modo scomparirebbe l’uomo consumatore, insaziabile perché sottoposto a pressioni pubblicitarie sempre più perfezionate, a favore di un mutamento culturale che preveda che alcuni bisogni minimi possano essere soddisfatti in modo gratuito.

Alle due obiezioni principali che vengono mosse a questa proposta, Fromm risponde che l’incentivo al lavoro non verrebbe ridotto, perché l’essere umano è per sua natura attivo e soffre in caso di inattività; inoltre vi sono incentivi anche di natura extra economica che inducono le persone a lavorare, quali il riconoscimento sociale, l’orgoglio ed il piacere per il lavoro in sé. L’altra obiezione riguarda lo Stato, che rischierebbe in questo contesto di assumere caratteristiche autoritarie che possono essere contrastate mediante un incremento di procedure democratiche in ogni sfera delle attività sociali.

La posizione di Fromm non esclude, ma anzi implica la formazione e la riconversione dei disoccupati verso nuove professioni, per permettere loro di trovare non solo un’occupazione ma anche un lavoro migliore, sia dal punto di vista reddituale che da quello, non meno importante, di riuscire a soddisfare le capacità e le aspettative di ciascuno; superando nel contempo l’idea che la scuola debba ad un certo punto avere un termine ed introducendo al contrario una visione in cui ciascun individuo non finisca mai di studiare e di formarsi.

A distanza di parecchi anni dalla sua pubblicazione il presente saggio è decisamente attuale per la sua visione psicologica e sociale, propria di un grande umanista come Erich Fromm, soprattutto nell’idea che un forma di reddito minimo può ampliare in modo enorme la libertà dell’essere umano: l’autore si situa tra quei pensatori che sostengono quanto sia importante una libertà sostanziale, quindi non una libertà meramente formale, che si fondi sulla possibilità materiale per ognuno di costruirsi un proprio progetto di esistenza.

Un reddito minimo garantito, che diviene possibile nell’era dell’abbondanza economica, permetterebbe finalmente di liberare l’uomo dalla minaccia della morte per fame, rendendolo così davvero libero e indipendente dal ricatto economico.

Il reddito minimo garantito, non soltanto farebbe della libertà una realtà anziché un mero slogan, ma costituirebbe l’attuazione di un principio profondamente radicato nella tradizione religiosa e umanistica dell’Occidente, che suona: l’uomo ha comunque il diritto di vivere! Tale diritto di vivere, di disporre di cibo, ricovero, assistenza sanitaria, istruzione, eccetera, è intrinseco all’essere umano e non può venire limitato per nessun motivo, neppure la pretesa che l’uomo debba essere socialmente “utile”.

La transizione da una psicologia della scarsità a quella dell’abbondanza rappresenta uno dei passi di maggior momento nello sviluppo dell’uomo. Una psicologia della scarsità produce ansia, invidia, egoismo (e lo si costata, con la massima evidenza, nelle culture agricole di ogni parte del mondo). Una psicologia dell’abbondanza produce iniziativa, fede nell’esistenza, solidarietà. Il fatto è che la maggior parte degli esseri umani sono ancora psicologicamente orientati secondo realtà economiche proprie alla scarsità, e ciò mentre il mondo industriale è sul punto di entrare nell’era dell’abbondanza economica.

Ma proprio a causa di questo “ritardo” psicologico avviene che molti non riescano neppure a capire nuove idee come quelle implicite nel concetto del reddito minimo garantito, e ciò perché le idee tradizionali sono di norma promosse da sentimenti che hanno origine in precedenti forme di esistenza sociale.

Per l’individuo avido esiste sempre scarsità, dal momento che egli non ha mai abbastanza, quali che siano i beni di cui dispone, e oltretutto è invidioso e competitivo nei confronti di chiunque altro, e pertanto è sostanzialmente isolato e spaventato. Non è in grado di godere davvero dell’arte o di altri stimoli culturali, perché permane fondamentalmente vorace, e ciò significa che coloro i quali vivessero al livello del reddito minimo garantito si sentirebbero frustrati e privi di valore, mentre coloro che guadagnassero di più resterebbero prigionieri delle circostanze perché sarebbero preda del timore di perdere la possibilità di un massimo di consumo. Per tali motivi, ritengo che il reddito minimo garantito che non si accompagni a un distacco dal principio del consumo massimo potrebbe costituire la risposta soltanto a certi problemi economici e sociali, senza però avere l’effetto radicale che si dovrebbe aspettarsene.

Erich Fromm, Le implicazioni psicologiche del reddito minimo garantito, in LA DISOBBEDIENZA E ALTRI SAGGI, Milano 1982